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Nessuna traccia: ridare la giusta collocazione ad un’opera d’arte

La memoria è labile, ma le evidenze tangibili possono supplire. Accade che le opere d’arte possano perdere il legame col territorio che le ha accolte. I motivi possono essere i più disparati (sono state realizzate in un luogo ma destinate ad un altro, possono essere state distrutte, possono essere state rubate), ma il loro valore e il legame con la terra che hanno respirato resta. Da questa suggestione nasce il progetto “No Trace” (“Nessuna traccia”) che vuole riportare a casa le opere d’arte, dando visibilità in loco del loro “passaggio” e della loro precipua appartenenza, quasi un riverbero del “Genius Loci” di romana reminiscenza. Strettamente legato al luogo, il progetto si declinerà di volta in volta col nome della città che ospita l’opera d’arte ricollocata. Ad esempio, se a Roma, sarà «No Trace Rome», a Milano «No-Trace Milano».

La ricostruzione su plexiglas base 11 metri
L’originale

L’intervento numero “zero” riguarda il graffito di Keith Haring sullo zoccolo della scalinata di Palazzo delle Esposizioni di Roma in via Nazionale. Come la mostra “Cross the Streets” del 2017 al Macro (Museo d’Arte Contemporanea di Roma) ha ricordato, esiste un “Keith Haring Deleted” a Roma. L’artista statunitense Keith Haring (Reading, 4 maggio 1958 – New York, 16 febbraio 1990), infatti, fu artefice di due interventi nella capitale. Il primo, questo di via Nazionale, è del 1984 (alcune fonti parlano di 1982): dipinto in rosso vivo, vuole ricordare come ogni civiltà sia basata sul dolore e sul sangue, attraverso anche la famosa icona del cane che abbaia. Il secondo inerisce un successivo soggiorno nella Capitale, all’incirca del 1986, realizzato sui pannelli trasparenti del ponte sul Tevere Pietro Nenni della Metro A, nel tratto Flaminio-Lepanto: il lavoro, alto 6 metri e largo 2, è una metafora della caducità del tempo attraverso l’uso di acrilico bianco per ricordare il travertino con cui è costruita Roma, che si logora ma persiste nel tempo. Le testimonianze fotografiche di Stefano Fontebasso De Martino restituiscono il passaggio di queste due opere rimosse dall’amministrazione capitolina. La decisione di cancellare il primo murales venne presa nel 1992 dall’allora sindaco Franco Carraro, che decise di “ripulire” le mura del Palazzo delle Esposizioni in occasione della visita di Michail Gorbacev, l’ex presidente sovietico; quella di eliminare il secondo fu disposta nel 2001 dall’allora sindaco Francesco Rutelli in nome del decoro. Se New York ha potuto rimediare alla cancellazione nel 1986 del graffito “Crack is Wack” di Haring nel quartiere di Harlem – eseguito senza permesso, l’artista dapprima arrestato fu invitato ad un nuovo intervento una volta riconosciuto l’impatto sociale che quel murales avesse sull’intero quartiere -, Roma può oggi riparare con un intervento in loco che ricordi il suo murales. L’idea è di riportare alla base delle scale di Palazzo delle Esposizioni il graffito di Haring ricostruendolo su un plexiglass fedelmente e nelle sue giuste dimensioni, perché non è conservato materialmente nulla dell’opera. L’intervento non sarebbe invasivo, ma restituirebbe memoria di quel passaggio. Una targa col nome del progetto “No Trace Rome” ospiterebbe i dati essenziali del murales e un codice a barre (QRCode) rimanderebbe online ad una landing page esaustiva dell’opera di Haring restituita così al suo pubblico.

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